Erich Fromm. Il Natale e la psicoanalisi della religione.

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Erich Fromm. Il Natale e la psicoanalisi della religione.

Messaggio Da Ospite il Sab Dic 24, 2011 7:17 pm

Erich Fromm. Il Natale e la psicoanalisi della religione.

di Ezio Benelli



All'atto della nascita la vita pone all'uomo un quesito al quale egli deve rispondere in ogni istante; non la sua mente, né il suo corpo, ma lui, la persona che pensa e sogna, che dorme e piange, e mangia e ride - l'uomo nella sua totalità - deve dare quella risposta.
Il quesito è: come possiamo trionfare del dolore, della prigionia, della vergogna, prodotti dell'esperienza dell'isolamento; come possiamo trovare unione in noi stessi, con i nostri simili, con la natura?
Erich Fromm.






Erich Fromm (1900-1980), uno dei maggiori rappresentanti della psicologia neofreudiana, sosteneva che il rapporto tra l’uomo e la società sia una dimensione complessa, relazionale, e storica. In questa visione, l’uomo era originariamente al sicuro, “protetto dalla solitudine e dal dubbio” poiché egli viveva in uno stato di unità cosmica con i suoi simili e con l’universo. Questa simbiosi, secondo Fromm, tende a scomparire durante il Medioevo. Nel famoso lavoro del 1950 “Psicoanalisi e religione”, Erich Fromm argomentava il bisogno dell’uomo di una struttura di orientamento, una mappa, che lo aiutasse a superare la sua alienazione primigenia, la solitudine originaria, e stabilire relazioni positive, biofile, improntate all’amore, con gli altri.La mappa di orientamento è costituita per molti da un’ideologia, da una nevrosi, e per molti ancora ad una religione.

Egli dice, sempre in Psicoanalisi e Religione:
«Se non è dato all’uomo di affermare con certezza qual è la natura di Dio, gli è pur dato di descrivere la natura degli idoli; se il positivo è ineffabile, del negativo si può certo parlare. Non sarebbe ora di smettere di disputare sull’esistenza di Dio, e di unirci invece per smascherare le varie forme di idolatria contemporanea? Non sono Baal e Astarte che minacciano oggi la più preziosa eredità spirituale dell’uomo, ma nei paesi autoritari la deificazione dello Stato e del potere, e nella nostra cultura la deificazione della macchina e del successo. Non importa che si appartenga a una delle vecchie religioni, o che si creda alla necessità di una nuova; importa che si badi alla sostanza e non all’involucro, all’esperienza e non alle parole, all’uomo e non alle chiese. Questo dovrebbe bastare a unirci in una recisa negazione dell’idolatria: in essa potremo forse trovare una fede comune, e certamente un po’ più di umiltà e d’amor fraterno».
Egli ha sostenuto nei suoi scritti che le principali religioni universali contengono principi comuni al di là dei riti e dei miti.

E’ interessante scoprire come il 25 dicembre, che nella nostra tradizione e nella religione cattolica segna la nascita del Messia, coincida con altri avvenimenti.
Scavando nella storia delle religioni troviamo interessanti intrecci. Il 25 dicembre 274 d.c. l’imperatore Aureliano proclamò il primo Dies Natalis Solis Invicti, in onore della ricostituzione dell’ Impero Romano. La decisione di scegliere il 25 dicembre fu certamente una mossa politica visto che le popolazioni dell’impero avevano in comune l’adorazione del sole, che cadeva in quel giorno specifico.
A Roma si adorava Apollo, in Grecia Helio, in Egitto Horus, il Dio Dusares veniva festeggiato dai Siriani e dagli Arabi, e tutte queste divinità erano celebrate nel venticinquesimo giorno di dicembre, sin dal 600 a.C.
L’idea del Natale cosi come ci è stata trasmessa, come idea di nascita, deriva dalle popolazioni germaniche e celtiche che simboleggiavano la rinascita del sole dopo il solstizio d’inverno (giorno più corto con ore di buio maggiori) che ricade il 21 dicembre.
Dal culto di Irminsul, un enorme totem che le popolazioni sassoni costruivano per connettere il cielo con la terra, spesso rappresentato con un enorme albero, deriva l’attuale usanza di adornare l’albero di Natale nella tradizione contemporanea.



Al di là di queste ricerche di ordine storico, culturale, il pensiero di Erich Fromm si proponeva di dimostrare l’errore che è insito nel considerare psicoanalisi e religione due discipline opposte e irriducibili, come anche pretendere di identificarle o sovrapporle. Egli tentava di mostrarci che «non è vero che se non si accettano i dogmi religiosi si deve rinunciare ad occuparsi dell’anima».
Lo psicologo dovrebbe essere in grado di indagare il mondo interiore dell’uomo e il suo rapporto con gli altri e con l’ambiente, sia nella dimensione religiosa, sia attraverso i sistemi simbolici non religiosi. Il dettato psicologico di Erich Fromm, ma anche sociale, è dato dall’interesse verso l’uomo, che deve vivere con amore e pensare secondo verità, indipendentemente dal suo credo e dal suo ritorno alla religione.
Secondo Erich Fromm, la psicologia accademica si è posta in “competizione” con le scienze naturali, mutuandone l’approccio sperimentale, di taglio positivista, apprendendo il metodo quantitativo; nel far questo si è interessata a moltissimi argomenti ed aspetti della realtà umana, trascurando di occuparsi dell’anima, della dimensione d’anima.
La richiesta dell’uomo è diversa, è molteplice. Non è dichiarando come metafisici e quindi estranei alla psicologia, i campi di conoscenza del giudizio di valore, del bene e del male, del problema della coscienza, del percorso esistenziale, che si può definitivamente chiudere il tema della ricerca in questa direzione. La psicologia dinamica, ed a maggior ragione la psicoanalisi neofreudiana, dovrà ancora occuparsi di questi aspetti della vita, che non sono solo integranti, ma decisivi.
La difficoltà sta tutta nella pretesa di impostare in ordine ai paradigmi della scientificità i campi della semantica dell’anima, del sacro, del simbolico, attuando in realtà un’operazione freudiana, attivando un meccanismo di difesa quale potrebbe essere la negazione. La negazione e il diniego, sono meccanismi alla base della difesa dell’Io da istanze da questo considerate come minacciose, che comportano un costo emotivo molto alto, ed inoltre una spese ai danni dall’identità. Infatti, in questo modo la psicologia si priva del suo oggetto più importante, che è l’anima dell’uomo.
[…] «Ci parla bensì di meccanismi, reazioni acquisite, istinti, ma non ha nulla da dirci su quei fenomeni più schiettamente umanic he sono l’amore, la ragione, la coscienza e il senso dei valori. In questo saggio uso la parola anima, anziché “psiche”, proprio per il fatto che essa contiene un riferimento più esplicito a tali facoltà umane.
Freud fu l’ultimo grande rappresentante del razionalismo illuministico, e il primo critico che ne rivelò i limiti, interrompendo gli inni di trionfo del puro intelletto, e mostrando come la ragione, che è la facoltà più pregiata e singolare dell’uomo, sia tuttavia sottoposta all’effetto deformante delle passioni. Solo imparando a comprendere le passioni dell’uomo è possibile liberare la sua ragione e consentirle di funzionare pienamente. Freud mostrò che la ragione è potente per un verso e debole per un altro, e adottò come principio fondamentale d’una nuova terapia il detto evangelico “la verità vi farà liberi”.
In un primo momento Freud pensava di doversi occupare soltanto di certe forme di malattia e della relativa cura. Ma poi si rese conto a mano a mano di essere uscito dalla sfera della medicina e di essersi così riattaccato alla tradizione classica e illuministica per cui la psicologia, o lo studio dell’anima umana, deve fornire un fondamento teoretico all’arte di vivere e di conseguire la felicità.
Il metodo di Freud, la psicanalisi, consente uno studio intimo e dettagliato dell’anima. Nel suo “laboratorio” l’analista non tiene strumenti meccanici, e non fa pesature e conteggi; ma studia invece i sogni, le fantasie, le associazioni dei pazienti, e impara a conoscerne i desideri e le angosce segrete. Affidandosi soltanto all’osservazione diretta, alla ragione e alla propria esperienza di uomo, l’analista non tarda a rendersi conto che è impossibile capire la natura delle malattie mentali senza metterle in relazione con i problemi morali; e che i suoi pazienti si sono ammalati proprio perché hanno trascurato le esigenze della propria anima. L’analista non è un filosofo né un teologo, e non rivendica alcuna speciale autorità nei rispettivi campi di studio; ma in quanto medico dell’anima egli si occupa degli stessi problemi. Si può dire dunque che ci sono oggi due gruppi di professionisti che si interessano per mestiere all’anima umana: i preti e gli psicanalisti. Come dobbiamo concepire i loro rapporti? Si deve pensare che lo psicanalista cerchi di invadere il terreno del prete creando una inevitabile rivalità? O non si tratta piuttosto di alleati, le cui attività hanno un fine comune e possono e debbono integrarsi e compenetrarsi a vicenda, sia in teoria sia in pratica?
Il primo dei due punti di vista è stato espresso da rappresentanti sia dell’uno che dell’altro gruppo: basti citare “The future of an Illusion” (1949) di Freud, e “Peace of Soul” (1949) di monsignor Sheen, ciascuno dei quali sottolinea i contrasti tra psicanalisi e religione. Invece scrittori come Jung, in “Psychology and Religion” (1938), e il rabbino Liebman, in “Peace of Mind” (1946), tentano una riconciliazione. L’opinione che una sintesi è possibile e desiderabile si va diffondendo anche tra coloro che sono impegnati in attività pastorali, non pochi dei quali oggi studiano la psicanalisi.
Questo mio saggio sulla religione e la psicanalisi si propone di mostrare che è errato sia concepirle come due discipline irriconciliabilmente opposte, sia pretendere di identificarle del tutto. Entrambi questi punti di vista sono semplici e comodi: mentre un esame approfondito e imparziale rivela che i rapporti tra la religione e la psicanalisi sono molto più complessi.
Spero tra l’altro di poter mostrare che non è vero che se non si accettano i dogmi religiosi si deve rinunciare a occuparsi dell’anima. Lo psicanalista è in grado di studiare sia la realtà umana che è presente nella religione, sia quella che è presente nei sistemi simbolici non religiosi. Dal suo punto di vista non interessa sapere se l’uomo torna alla religione e crede in Dio, ma se vive con amore e pensa secondo verità. Se la risposta è sì, i sistemi di simboli che adopera hanno poca importanza. Se la risposta è no, non ne hanno alcuna.»

Anche Antonello Bazzan, nel suo lavoro sull’ APPROCCIO PSICOTERAPICO FROMMIANO, fa riferimento alla dimensione spirituale:

«Va anche segnalato che oltre alla concezione pulsionale e a quella relazionale, sta emergendo in questi ultimi anni una terza (di cui personalmente mi occupo in modo particolare), una concezione che da spazio al concetto di spiritualità della persona umana.
Questa terza prospettiva sta emergendo a partire dallo studio delle opere e della clinica di importanti psicoanalisti quali, ad esempio, Fromm, Bion, Winnicott.Si basa sull’intuizione che il percorso analitico non conduca solo ad una guarigione dal disagio psichico ma conduca anche ad una condizione interiore di equilibrio e di pace che è del tutto simile a quella descritta dai mistici nelle loro autobiografie. Rispetto a questa prospettiva Fromm usa il concetto di analisi transterapeutica, con il quale evidenzia appunto il fatto che dopo un percorso analitico rivolto alla cura del disagio psichico si apre uno spazio di ricerca interiore rivolto alla conoscenza-esperienza delle dimensioni del nostro essere che hanno a che fare con tutti quegli aspetti che da sempre trattano le grandi tradizioni spirituali dell’umanità.»
La valenza del nostro Natale, dunque, deve essere compresa in questa complessità. Solo così lo psicoterapeuta potrà cominciare di nuovo ad occuparsi dell’anima: quella dei suoi pazienti, la propria, e anche quella della psicologia.

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