LE TERZINE PERDUTE DI BIANCA GARAVELLI

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LE TERZINE PERDUTE DI BIANCA GARAVELLI

Messaggio Da Andrea Galgano il Mer Nov 21, 2012 5:44 pm

LE TERZINE PERDUTE DI BIANCA GARAVELLI
di Andrea Galgano
Il nuovo romanzo di Bianca Garavelli Le terzine perdute di Dante abita il tempo. Abita, meglio, un intenso filo spazio-temporale che non si annulla, ma che apre, con la sua scrittura lineare, la vicenda narrata, componendosi e sfogliandosi.

Il filone dei “romanzi danteschi” era già stato, in passato, inaugurato, da Il circolo Dante di Matthew Pearl, fino alle prove di Fioretti con Il libro segreto di Dante e 333. La formula segreta di Dante
di Masello.
Ma in questo testo, edito da Baldini Castoldi Dalai, nella collana “Pepe Nero”, la materia di scrittura acquista un salto e una veemenza maggiore.

Nonostante l’andamento da thriller, esso viaggia su due circoscrizioni di tempo che si uniscono, colgono la visione cosmologica del poeta, sembrano dispiegarla in un rapimento e in un punto di luce che si sfaglia.

La corrispondenza tra passato e presente delle due vicende narrate tocca le sponde di una probabile permanenza di Dante a Parigi, collocata nel 1309, dove avrebbe partecipato alle dispute della Sorbona, non tralasciando un’attenzione all’esoterismo, e qui avrebbe conosciuto Marguerite Porete, scrittrice, religiosa e teologa francese, bollata come eretica, autrice de Lo specchio delle anime semplici, racconto-crinale sul percorso della congiunzione indivisa dell’anima con Dio.

A questa nuova e interessante vicenda del poeta exul si collegano le vicissitudini di Riccardo Donati, giovane studioso che trova per caso in un manoscritto di uno dei testi chiave del Medioevo, il Roman de la Rose, la firma autografa di Dante.

Per Riccardo sarà l’inizio di una peregrinazione per l’Europa e l’Italia del Nord, assieme ad Agostina, ragazza abile nelle arti marziali e interessata alle “terzine perdute” emerse dal codice in possesso dell’amico.

In questi versi emersi e sconosciuti si cela un arcano mistero e una profezia di cui Dante è il

prescelto depositario. A lui spetta la quadratura del cerchio, che incrocia la ricerca del bosone di Higgs e lo spazio curvo.

Un romanzo che si compone e abita il tempo e la conoscenza e, in maniera autentica, mette sulla scena, nelle pieghe del suo racconto, un angolo di attesa, di verità e di speranza.
La vicinanza delle due vicende si unisce a una domanda da scalare, per orientarsi nella propria ferita di conoscenza.

Bianca Garavelli segue le tappe dantesche e quelle contemporanee con stretta vicinanza e amplia il nostro orizzonte: una conoscenza è viva in una compagnia.
Il realismo permette di saper guardare, non solo al thriller o al divertissement, ma alla traccia non nascosta di una ferita che trova riparo e riposo solo in un tu a cui rivolgersi, in una parola insostituibile, sicura e necessaria.

Come Dante con Virgilio nella Commedia verso il «dilettoso monte», lo spazio umano cresce e non si ripiega solo su una sospensione, ma ha bisogno di una sequela, di una permanenza – e non di una fuga- che renda accesa la possibilità di guardare in faccia l’umano e scendere addirittura all’inferno.

La letteratura sonda le linee di un viaggio che si dispiega, in quanto metafora di esistenza, non svago intellettuale o iniziazione, ma perché esso si plasma e si impregna con il reale, conosce il suo sfarzo e la durezza di uno sguardo sempre aperto. È sufficiente il “sì”.

Il viaggio che Bianca Garavelli fa fare ai personaggi di questo testo, non solo proclama un nuovo inizio in ogni meta, ma impasta passato e presente in una coltre che non censura, non toglie il nero delle dispute, delle eresie, delle lotte nascoste.

La conoscenza autentica proclama la sua essenza quando tesse effimero ed eterno in un filo sottilissimo.
La scoperta richiama la natura del proprio essere, proprio come Dante, che prende sul serio
la sua esperienza e ‘rischia’ la dilatazione del suo io. Ma egli ha bisogno di un passaggio di compagnia, come Riccardo e Agostina e il poeta e Marguerite.

I luoghi uniscono grazia e inquietudine. La biblioteca e le città, così come il fondo di una strada buia, rappresentano lo svolgimento dell’io, laddove la ferita dell’umano indaga se stessa per risplendere, come uno scambio: «E vedrai color che son contenti/ nel foco, perché speran di venire/ quando che sia alle beate genti: // alle quai poi se tu vorrai salire, / anima fia a ciò che più di me degna: / con lei ti lascerò nel mio partire».

Il vero miracolo della poesia di Dante risiede, pertanto, nella sua visione, come capacità di concepire la propria vita come una scena e sfida contro il tempo per sconfiggere la morte e l’esilio, in cui tutti gli elementi sono correlati fra loro e legati al Tutto.

L’amore afferma la legge della realtà, strappa dalla limitatezza della propria misura, libera dalle catene e ci immette nel magma della profondità.

L’uomo è chiamato a verificare attraverso la propria esperienza questa soddisfazione profonda e questa corrispondenza tra il cuore e la legge della realtà.

Il romanzo sfoglia le soglie di un segreto e di una conoscenza, calibra l’obiettivo di una ricerca autentica, che è gemmazione in fieri e vertice umano.

A questa sfida siamo tutti chiamati, con lo splendore e l’oro di uno sguardo acceso.



Le terzine perdute di Dante

Baldini & Castoldi, Milano 2012

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“Aveva visto. Le immagini colpivano i suoi occhi come una insopportabile luce estiva. Doveva agire. Si era fidato troppo di quelle persone. Non si sarebbero fermate davanti a nulla. Avrebbe dovuto fermarle lui. Non sapeva se quella promessa di salvezza fosse un rimedio della sua parte razionale per impedirgli di impazzire. Oppure se c’era davvero una via di fuga, una guida per mettersi in salvo. Non sapeva neanche più quale fosse la strada da percorrere. Sapeva solo che doveva rivelare quel che aveva visto. Salvare l’umanità da un futuro terribile. Doveva fuggire in fretta, abbandonare quel luogo oscuro e pieno di pericoli. E non lasciare tracce. Una lettera avrebbe rivelato troppo facilmente il suo piano. Doveva inventare qualcos’altro, lasciare un indizio che solo una persona fidata, speciale, potesse trovare. Solo chi fosse stato in grado di capire avrebbe trovato il suo messaggio. Solo chi fosse stato abbastanza coraggioso, avveduto e assetato di conoscenza avrebbe scoperto la verità. Erano vicini. Vedeva ondeggiare i loro mantelli rossi. Se non fosse corso via in fretta lo avrebbero raggiunto. Per l’ultima volta si guardò attorno. Il suo cuore gli diceva di non andare. Con una fitta nel petto violenta come una coltellata, lo avvertiva che ciò che stava lasciando dietro di sé era troppo importante per lui. Ma ormai sapeva quello che doveva fare. O almeno lo sperava. Anche se non aveva certezze, non poteva permettersi ripensamenti. Non poteva più tornare indietro”.

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