Il cuore di Francesco Nuti

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Il cuore di Francesco Nuti

Messaggio Da Andrea Galgano il Ven Ott 07, 2011 4:22 pm

IL CUORE DI FRANCESCO NUTI
di Andrea Galgano


Un taccuino dell’anima. Frammenti che si fanno fitta borsa di viaggio. Ecco si potrebbe definire così il libro “Sono un bravo ragazzo, andata, caduta e ritorno” di Francesco Nuti, a cura del fratello Giovanni. Ha il colore dei suoi occhi questo lungo appunto di vita, come quelli che si portano in tasca nelle stazioni piene di vento. Un viaggio nel cuore che si racconta, che dispiega le pieghe e ne fa trama semplice. Uno scialle appoggiato su una panchina. Francesco Nuti si racconta come una pagina di occhi tremanti e ironici. L’infanzia pratese, i primi passi nel Cabaret, il grande successo cinematografico delle sue pellicole, il biliardo, il calcio, la pittura, le figure importanti della sua vita presente e quella più antica e poi non per ultime, ma forse il centro nevralgico della sua esistenza: le donne. E l’infinito amore per la più importante: sua figlia Ginevra.
Sin dal titolo, sagacemente ironico e poggiato sulla sua identità, egli ha attraversato tutte le stagioni dell’anima, come quel sottotitolo che è un percorso ripido e sottile dentro la materia vivente.
Quando un uomo si racconta si mette a nudo e se non lo fa del tutto, semina indizi per andarlo a trovare. C’è tutto Nuti in questo libro: la sua ironia toscana, condita da aneddoti mai distanti dalla trama filmica, la sua malinconia, il suo amato tappeto verde e il suo silenzio di geometria.

LEGGI TUTTO L'ARTICOLO IN PDF IL CUORE DI FRANCESCO NUTI



Francesco Nuti, Sono un bravo ragazzo – andata, caduta e ritorno, a cura di Giovanni Nuti, Rizzoli 2011.








A FRANCESCO NUTI
Io non imparo più
il sapore delle tue gemme, Francesco
si inventano
al flettersi dei cocomeri
sulle spelonche della pioggia
occhi in ginocchio
dischiusi sul buio
conobbero porti rapiti
mani di donna colpire treni
e farsi capelli
dogane sgualcite di amori
e cappotti illuminati
marmo bagnato di terra
quale colore fissano
volti ai lumi dei tram
il paradiso cobalto
e le mareggiate sui fari
lembi di sposa in piena
ti vedono i tuoi occhi accesi
biliardo di onde
dove ho visto la tua luna
nei gelsi delle cascine
resta qui, Francesco
riempi di seta la mia valle d’alba.


Andrea Galgano

2011




Ultima modifica di Andrea Galgano il Dom Mag 06, 2012 5:19 pm, modificato 1 volta
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Re: Il cuore di Francesco Nuti

Messaggio Da Ospite il Sab Ott 08, 2011 12:33 pm

Sono cittadina di un territorio che si è fatto d'oro con il sudore degli artigiani. Mio padre stesso è un artigiano tessile. Ho vissuto gli ultimi dieci anni il dolore di vedere una città annichilirsi giorno per giorno, vittima e allo stesso tempo carnefice del suo declino. E incapace di risollevarsi. Capace soltanto di stare a guardare inerme l'avvento di un nuovo medioevo. Negli ultimi mesi, finalmente, riesco a intravedere un bagliore, una luce, una speranza di rinascimento per questa città, una speranza fatta di parole e di pagine, che ha il profumo dei libri appena comprati. I portatori di questa speranza sono proprio loro, i figli di questa terra, i figli dei telai, dei subbi, dei "cannelli", che hanno avuto il coraggio di trovare una nuova genialità dentro di loro, una genialità che non fosse il frutto soltanto di un mero calcolo commerciale, di una volontà di produrre per arricchirsi. Il territorio pratese, lo sento, ha tutte le capacità per ritornare ad una nuova età dell'oro, fatta di conoscenza, cultura, genio creativo, sapere e saper essere, come lo è sempre stata, partendo da Francesco Datini, da Convenevole da Prato, Paolo dell'Abbacco, passando per Filippo Lippi, Sem Benelli, fino ad arrivare a Curzio Malaparte.
Penso a Roberto Benigni, ad Edoardo Nesi, a Francesco e Giovanni Nuti, ai fratelli Veronesi, ad Enrico Coveri, Athina Cenci, Novello Novelli.
Il percorso di Prato e quello di Francesco Nuti sono paralleli: andata, caduta e ritorno.
Ho iniziato a leggere il libro due sere fa, in quel limbo sonnacchioso e surreale che precede il momento dei sogni. Ed ogni pagina che leggo, non posso fare a meno di pensare ai suoi occhi come agli occhi di un bambino.
Gli occhi di Francesco rispecchiano il suo cuore, anch'esso un cuore di bambino.
Francesco stesso ha detto di essere un Pinocchio, che dice le bugie, ma bugie buone.
Sono convinta che sono stati gli occhi e il cuore di bambino di Francesco il suo tratto distintivo. Il suo modo di vedere il mondo e di viverlo in maniera piena, completa.
E, come un bambino, ha morso la vita. L'ha succhiata, come si succhia il latte dal seno della mamma.
Questa è stata la chiave del suo successo e allo stesso tempo la sua condanna.
Queste mie righe sono frutto di una conversazione con Irene Battaglini, che secondo me ha dato un'interpretazione dinamica molto precisa su quanto è successo e sta succedendo a Francesco. Se vorrà ci renderà partecipi tutti di questa sua riflessione.
Chiudo condividendo in pieno quanto ha scritto Andrea Galgano, complimentandomi per le sue bellissime parole e la poesia ancora più bella.
Se avessi Francesco qui accanto a me lo abbraccerei forte. E non perchè è il famoso Francesco Nuti, ma solo perché è un bambino dolcissimo, che ora più che mai, ha bisogno dell'amore e dell'abbraccio di una mamma.
Dicono che i bambini mandati dal cielo arrivano con un tratto caratteristico, la fossetta sul mento, lasciata dagli angeli quando li spingono giù.
E la genialità e gli occhi di Francesco sono stati il dono degli angeli per noi.

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Re: Il Cuore di Francesco Nuti

Messaggio Da Irene Battaglini il Sab Ott 08, 2011 3:13 pm




Non vi dirò il mio pensiero su Cecco, o su questa Prato un po’ complicata. Con Daniela abbiamo un manoscritto presentato al Convegno sulle Professioni, sul problema della surmodernità e i suoi riverberi socioeconomici in uno scenario così dogmatico e incardinato sul lavoro come è quello di Prato. Potremmo, Daniela, renderlo visibile (parliamone: e non mi si rimproveri di parlar sempre di lavoro, lavoro è tutto, lavoro è niente).
Con Andrea abbiamo discusso a lungo su Francesco Nuti e la poetica cinematografica che porta con sé.
Non vestirò i panni dello psicologo dell'arte o dell'analista improvvido, che avanza interpretazioni quando non sono utili alla risoluzione del dramma.
Devo esimermi da questo, perché i Vostri scritti, carissimi, recensioni e commenti, rimandano a lettere di amore fraterno, materno, di rimpianto, di speranza. Un sogno infranto, da qualche parte. Un angelo cacciato dal paradiso del nostro immaginario, un evento deputato alla definitiva e risoluta dipartita dall'età dell'oro dell'infanzia, dei film visti uno dietro l'altro un sabato intero, dei mitici incontri con gli amici parlando dell'idolo che ci fa sentire uniti e giovani per sempre.
Un sogno infranto: il nostro, o quello di Francesco? O quello che Francesco andava rappresentando?
Sono dunque chiamata ad un compito più arduo, che è quello che solitamente mi si richiede: l'osservazione della realtà che è sotto i nostri occhi.
L'interpretazione, che sia storica, psicodinamica, filologica, è un passaggio successivo e penso che sia prematura, almeno per me. Per ora procediamo con approccio empirico e un po' scettico.
Ho letto molti articoli sulla stampa dedicata alla mostra di quadri e al libro di Francesco.
In tutti, dico tutti, aleggia una domanda. Emerge, malcelata, una richiesta, un'esortazione: "Cecco, torna".
Convocata da Daniela Bini, rispondo ad una sorta di necessità di chiarificazione, come se la questione di Nuti fosse adombrata da un velario, da un mistero teatrale che potrebbe sintetizzarsi in una domanda: "Perché le cose sono andate così?"


Nessuno è in grado di leggere i tarocchi di un altro se non ha ben chiara la propria scala reale di principesse e di maghi, di impiccati e di cavalieri.
Le cose a parer mio NON sono andate così come sembrano.
L'arte del mosaico è bella, ma per vedere la figura occorre allontanarsi, non addentrarsi negli interstizi tra una tessera e l'altra, a meno che non siano perfettamente curati. Voglio dire questo: non si può leggere, non è giusto leggere, la storia di Francesco Nuti mettendo insieme gli eventi in una cronologia fattuale o in puzzle di elementi che si incastrano a seconda del nostro personalissimo modo di leggere le cose. Questa è una visione monoculare e zoppicante e le ipotesi susseguenti reggerebbero malamente al principio di falsificabilità.
Per farlo, occorre secondo me conoscere molto approfonditamente il collante usato per mettere insieme i pezzi.
In altre parole, quale teoria è stata usata per arrivare a dire è stato questo o quello a generare certi effetti nella vita di una persona, in questo caso di Francesco Nuti. Determinare i fattori che stanno dietro alla fenomenologia di un destino infausto, è mettersi spesso al pari di un giudice iniquo e fuorviato dalle proprie convinzioni. Per questo mi piacciono la recensione di Andrea e la risposta di Daniela, perché puntano all'uomo, vanno oltre la facciata.
Le cose sono andate secondo una logica piena, umana, complessa, che affonda radici forse trans-generazionali. Ma che riguardano la storia di Prato e la storia del cinema italiano. Condivido con Daniela che si tratti di un uomo che ha pervaso l'immaginario personale, che ha reso possibile sognare ancora un angelo, un principe azzurro. La vita di Francesco Nuti è in grado di incidere sulla realtà, quindi è in grado di determinare un cambiamento? Questa è la domanda dello studioso della realtà. Se dall'immaginario personale è possibile transitare a quello sociale o collettivo.


La mia proposta è di approfondire, con metodo e con progettualità, la questione aperta della vita di Francesco Nuti. Io avrei scritto un libro come biografa, intitolato alla sua vita e alle sue opere, come manifesto di una cinematografia ancora tutta da sviluppare, come caposcuola geniale e generativo e non come genio che esaurisce in sé il suo potere autodeterminativo.
Credo che qualcuno debba mettersi dietro la macchina da presa, e guardare a quest’uomo come proprietario del suo destino, usucapito e carpito dall’uccello maledetto della disperazione, un Hornitus Nevalis che si fa portatore di tragedia alla Dario Argento; questo qualcuno, deve occuparsi di lui, come farebbe un io-ausiliario, con un disincantato sostegno ed un accento di infinita tenerezza per quegli occhi che vi assicuro, sono vivissimi, vivacissimi. Sabato scorso all'inaugurazione della mostra dei quadri, ho osservato lungamente quegli occhi pieni di un sorriso adulto e consapevole, per niente schiacciato dal mondo. Soltanto che è uno sguardo difficile da decodificare. Io non vorrei mai essere colui o colei che avendo avvertito una sua fragilità, lo ha lasciato solo. Ad ogni buon conto, Francesco Nuti ha fatto molti film, ed alcuni meritano di essere rivisitati con estrema cautela interpretativa. In alcune pellicole, le prime a mio avviso, probabilmente ci sono gli acidi nucleici di una lunga successione di eventi, tutti dispiegatisi più tardi.
Credo che valga la pena parlarne insieme per tentare di intercettare quello che Cecco ha definito “il filo nella matassa dei miei pensieri”.


Che cosa ne dite?
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Re: Il cuore di Francesco Nuti

Messaggio Da Andrea Galgano il Sab Ott 08, 2011 3:37 pm

Leggo con immenso piacere e fortuna questi interventi, ringraziandovi per l'arricchimento e la stima. Il mio intervento ha il colore della carezza. Io credo che nella filmografia nutiana ci sia un 'fil rouge' che tiene in gioco le storie. I personaggi spesso si tengono per gli occhi, come diceva Brel. Mi ha sempre colpito questo movimento figurativo. C'è anche nei film di Mel Gibson. Questo accade quando chi incontra la realtà investe se stesso con totalità piena. Per entrare in quella matassa convulsa bisogna ritornare al suo sguardo fiero e consapevole, ma tenero e allo stesso tempo vividamente fragile. Gli autori, come le opere, si guardano negli occhi, per carpire il segreto del respiro del mondo. E' il prezzo da pagare all'Arte che, come l'amore, nasce da uno sproposito.
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