La pittura del dolore di Giulia Noci.

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La pittura del dolore di Giulia Noci.

Messaggio Da Irene Battaglini il Ven Dic 23, 2011 4:06 pm




La pittura del dolore di Giulia Noci

di Irene Battaglini




Una sera passeggiavo per un sentiero,
da una parte stava la città e sotto di me il fiordo.
Ero stanco e malato.
Mi fermai e guardai al di là del fiordo
- il sole stava tramontando -
le nuvole erano tinte di un rosso sangue.
Sentii un urlo attraversare la natura:
mi sembrò quasi di udirlo.
Dipinsi questo quadro,
dipinsi le nuvole come sangue vero.
I colori stavano urlando.
Edvard Munch


“Vanvere che riempiono”: l’ha scritto Giulia Noci in una delle sue Note graffianti ed eretiche, a proposito del suo linguaggio pittorico.
Tratti violenti archiviati con determinazione giapponese. Architravi e fogli di rame al vento, quadri vaganti in diecimila parole orgogliose di inchiostro nero come la pece.
Il fondo della pittura di Giulia Noci è purezza di petrolio. E’ orrore di batuffoli di cotone. E’ speranza senza odore di pioggia e senza domani. La pittura di Giulia Noci esprime il dolore con alterigia, disincanto, arguzia di significati senza ampiezza. E’ il contrario della negazione, ed in questo individuarsi di pietra, il legno di cassetti dismessi da una merciaia, il cartone raccattato nei luoghi oscuri di quartiere, la carta semplice e bianca sottratta ad una stampante, le tele private della cornice, sono supporti di mera probabilità, ingrati sostegni a questo esempio di selezione naturale, di sopravvivenza stremata, di fioritura liberata dall’orgoglio della fitness.
Lei usa logiche stringenti, nella sua verbosa e macchiata franchezza di pagina. Sdogana alimenti per deportati, omogeneizzati in polvere per fare il colore alla vecchia maniera. Si potrebbero dire tante di quelle cose per descrivere una pittura come quella di Giulia Noci. Espressionismo e echi di vaghezza klimtiana. La pienezza sedimentata nelle crepe del legno. La grandezza e la bellezza di un tratto nero e di un tratto rosso alla maniera di Kirchner. Ma anche Egon Schiele, che potrebbe essere un focus cruciale nella traiettoria di ricerca di Giulia Noci. E alcuni lavori osano anche sfiorare le tematiche aperte da Guttuso.

Il limite imposto dalla realtà è come una sponda melmosa che deve essere guadata. E tutti i disegni, tutte le tavole devono poter raggiungere quel limite, per poterlo attraversare. Ogni singolo lavoro sembra essere legato ad un processo creativo associato al dolore del parto, del venire alla luce, e rimanda alla questione della gettatezza invocata dal filosofo tedesco Martin Heidegger.
E ogni singolo lavoro, che sia un delicato sussurro di sofferenza su rame o che sia un’acrilica giustapposizione di simboli profanati, è la manifestazione esogena di un campo semantico che non sta mai nel dubbio o nella sospensione, ma sempre nella definizione che oltrepassa il livello del tentativo. E’ dolore di essere, e non solo cattura di una sensazione fisica, non solo abreazione di matrice freudiana, di un trauma in via di riparazione o di un vissuto insopportabile. Certamente la dimensione psicologica è tutta compresa in questa arte, ma non è esauriente, non è ordinante, non è categorizzante. Cercare una chiave di volta è rischioso perché ci fa scivolare nell’ovvietà ermeneutica più subdola. La pittura di Giulia Noci è dolore in senso stretto, è nocicezione, che diventa cuore principale della ricerca ed oggettivazione dell’indagine del rapporto tra immaginario e mondo. Non fantasmi o numi tutelari, ma autenticità la più reificata possibile, una sorta di glaciale ferrea percezione del calore in una sperimentazione sulla conduttanza galvanica in cui a dirimere i parametri è il freddo della morte. Perché sono lavori che fanno sudare freddo. Perché a soli trent’anni Giulia Noci sa il mondo nei suoi ripiegamenti più discutibili e che ti rifilano il dubbio che valga la pena esserci. E quei disegni, quei tratti infernali e drammatici, non sono tragedia e non sono danza, sono marchi di un fuoco che ustionano e cambiano chi osserva.
Ma è nei volti che l’arte di Giulia Noci si esprime in tutta la sua dolorosa percezione del mondo. Se Edward Munch è stato il pittore geniale del dolore, della sofferenza urlata, della parola di colore che si “nuvola di sangue”, Giulia Noci può essere considerata una sua allieva per molti aspetti. Questa sua pittura del graffio profondo sulle tele ad olio, lucidamente saturate, si fa tagliente lama di occhi glaciali e fissi, occhi che non sono sguardo, puntati dritti sul generatore del dolore. Non sono occhi che sfidano quelli delle donne ritratte da Giulia Noci. Non sono occhi giudicano, non sono espressioni di un’emozione. Sono interrogazioni in un tempo presente, assoluto, che richiede risposte al tempo. Molto tempo, molta attesa, una lancia lunga puntata sulla legittimità di un daisen violato all’origine. Sono letti di morte, brandine fatiscenti in un campo di concentramento, vuote stanze di rituali che si sono affermati in una patria negata.
Le donne ritratte con osservanza di tecnica, i volti sussunti dalla maestria nell’uso dell’inchiostro e dell’olio puro e nero, sui viola e sui verdi senza pietà, sono cure al dolore della malattia che non si può debellare, contratta all’atto del primo pensiero di consapevolezza sull’essere gettati a vivere, volens nolens, nell’incapacità di attribuire un significato al percorso esistenziale.
Questa consapevolezza che rende atroce ogni amore, è salvata dal farmaco pittorico, un farmaco di fattura alchemica, poiché non cambia ma trasforma, ma soprattutto non nega, non comunica ma esprime ed è, non diventa ma vive in un procedimento di assegnazione di valore al rapporto personale e intrapsichico con la morte come avvenimento quotidiano libero dalla faccenda del dopo.
Questa confidenza con la necrofilia, studiata approfonditamente da Erich Fromm, non è atteggiamento perverso di una pittura dei dolori e delle pene subite in vita da una donna complicata. E’ una apertura virile e coraggiosa alla questione tutta biologica della degenerazione neurologica, dell’apoptosi, del risparmio di adenosina, come è ben evidenziato dai carteggi cubitali esposti alla mostra insieme alle trentasei opere della pittrice pratese, che è anche biologa del comportamento, oltre ad aver frequentato suo malgrado l'Accademia.
Non è mai marginale il suo osservare, più verosimilmente attraversa tutta la membrana cellulare, va dentro i mitocondri matrilineari, svicola tra le coronarie e fa tracimare il cuore da dentro, come se l’urlo fosse cruento e traboccante. Un dolore che non ha paura di essere tale, degno, legale, pulito, chirurgico.


La sensibilità pittorica di Giulia Noci non è acuta, ma è acume in sé. Come in Heidegger, si tratta di vivere una vita-per-la-morte, risolvendo la cura, ovvero indagando la questione della cura andando a viso aperto al confronto con la morte, giocando a scacchi con questa, avendone saggiata la forza, il potere senza Ombra, proteso verso il buio pieno e la fine di ogni evento catabolico.
Il riconoscimento di questa irreparabilità è il primo passo verso una comprensione, un dialogo.
L’allestimento non è improvvisazione scenica e neppure un desiderio di compiacere gli amici e i visitatori. E’ un urlo di passione e di ribellione alla necessità di dover vedere il male sapendo di non poterne avere ragione, nella richiesta tutta femminile di Giulia di accendere una luce sulla ferita.

La mostra è aperta fino al 20 di gennaio 2012 negli Inner Underground di Polo Psicodinamiche, in via Giotto 49 a Prato.



Ultima modifica di Irene Battaglini il Ven Dic 23, 2011 6:26 pm, modificato 1 volta
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Re: La pittura del dolore di Giulia Noci.

Messaggio Da Ospite il Ven Dic 23, 2011 6:20 pm

" IL BISOGNO DI ESSERCI" ha scritto Giulia Noci nella presentazione della sua meravigliosa e perturbante mostra.
Il bisogno di esserci è quello che trasuda dalle sue tele, dalle chine, dai lavori in rame e dalle frasi in tempera gridante.
Uscendo dalla mostra siamo consapevoli di una certezza: LA NOCI C'E'.

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