Massimo Dondini e la luce incerta di Emeth

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Massimo Dondini e la luce incerta di Emeth

Messaggio Da Irene Battaglini il Dom Nov 20, 2011 12:32 am

Il movimento subatomico della luce.
Massimo Dondini e la luce incerta di Emeth.
di Irene Battaglini







Una delle caratteristiche più intriganti della fotografia di Massimo Dondini è la propensione al rischio e alla trasgressione, ed è per questo indissolubilmente legata, per la regola degli opposti, alla maestria depositaria della tradizione.
Egli inoltre si muove con mano ferma nella regione dell’incertezza e dell’indeterminazione fotografica. Il principio di indeterminazione di Heisenberg rende ragione dell’impossibilità di determinare, “mediante l’osservazione”, contemporaneamente, la posizione e il moto descritto da una particella elementare.
Quel che accade nello spazio e nel tempo, nello stesso istante e nello stesso spazio, soggiace alla incertezza di fondo in cui è sprofondato l’osservatore. Il principio sostiene che l’ “accadere” sia rimesso, probabilmente, al gioco del caso.
Massimo Dondini ha saputo cogliere con il coraggio intuitivo dell’artista la realtà che lo scienziato esprime con il rigore del logos. Dondini sembra aver imparato a giocare con asprezza eroica al gioco del caso, comprendendone le regole e alleandosi con gli strumenti della fotografia. La sfida che i suoi lavori aprono al principio di indeterminazione appare animata da uno spirito puer governato dal sentimento e dalla fantasia di ricongiungimento degli opposti. Il sentimento, sostiene Jung nella Fenomenologia dello spirito nella fiaba, «è anzitutto il processo che si svolge tra l’Io e un dato contenuto, e più precisamente un processo che conferisce al contenuto un determinato valore nel senso di un’accettazione o di un rifiuto (“piacere” o “dolore”); oltre a ciò è però anche un processo che, indipendentemente dal contenuto momentaneo della coscienza o da momentanee sensazioni, può comparire per così dire isolato come “stato d’animo”. Il sentire è quindi anche una sorta di giudizio, diverso tuttavia dal giudizio fondato sul pensiero, in quanto non si produce con l’attenzione di stabilire un nesso concettuale, ma avendo di mira un’accettazione o un rifiuto anzitutto di carattere soggettivo. La valutazione ad opera del sentire si estende ad ogni contenuto della coscienza, qualunque ne sia il genere. Se l’intensità del sentire si accresce, si produce un affetto, cioè uno stato di sentimento accompagnato da innervazioni somatiche avvertibili».
Il sentimento di Massimo Dondini si esprime nelle sue fotografie proprio come a generare manifestazioni somatiche, come se le immagini stampate altro non fossero che finestre aperte a mostrarci non già il mondo per come è visto dal suo occhio interiore, ma il mondo interiore del suo multiforme occhio sensibile, dotato di obiettivi e di diaframmi, quali pretesti in grado di cogliere le indeterminazioni della luce quando si distribuisce sulle forme in movimento nello spazio.
La galleria del Polo Beach ne è un valido esempio. Il processo psicologico è governato dall’eroe che affila la lama sulla bellezza del corpo lucido del cavallo, consapevole della mediazione di un Crono sempre attento ai particolari: l’autore sembra uscire senza danno dall’operazione abbagliante di voler fermare il trotto nella cornice offerta dal chukker di un solo fotogramma, perché si porta dietro la saggezza dell’esperienza, che tiene lo sguardo rivolto all’indietro, allo sfondo, al colore, alla terra, consapevole della malinconia del giocatore, e che fa da sfondo scuro al talento; i protagonisti sembrano recitare la massima “festina lente” in un gioco di simultaneità silenziosa e nel contempo scalpitante.
Questa scaltra attenzione al movimento nello spazio non esime il lavoro di Dondini da una sua generosità di sentimento che pervade ogni fotografia, ogni serie. Che si tratti di una copertina per una rivista chic, o di una sfilata o di una casa di campagna, si tratta sempre di una carezza affabile e sollecita sul sorriso e sulla ruga, una trama mai perduta, una mano che ti accompagna nella scoperta della figura ritratta.
Nonostante sia inevitabile il riferimento sociale, e qualche volta sia evidente il giudizio dell’Autore, la fotografia di Dondini è sempre legata ai suoi vissuti, al suo sentire e alla sua ricerca personale. Le ragioni del suo sguardo sono insediate nelle trame del suo modo, originale, di essere-nel-mondo. Non a caso i Corridoi Fotografici esposti negli Inner Underground di Prato sono dei lasciapassare per il suo scenario interno, in cui febbrilmente si avvicendano donne dai sorrisi di una chiarezza elementare a terribili interrogativi su fronti aggrottate e perplesse.

La coniunctio oppositorum si costella continuamente, sia all’interno delle immagini per forme e colori, sia nella composizione a mosaico del tappeto di tele stampate che invitano ad essere “percorse” e quindi modificate. Si tratta di apprendere, insieme alle sue fotografie e sulle sue fotografie, i passi del viandante per diventare referenti assoluti di immagini-idee, immagini-manifesto. Di una civiltà calata in una contemporaneità totale, piena, in movimento continuo, in cui i colori d’argento e i coloro di oro acquisiscono tratti simbolici di sole e di luna, che la mano sapiente del fotografo riesce a coniugare con brillanti escamotage propri del fotografo dotato di tecniche avanzate.

L’illusione del presente perpetuo alimentata dalla luce che sembra danzare sui corpi o sulle cose, è comunque tradita dalla competenza di Dondini al chiaroscuro. L’azione combinata di immagine e messaggio infatti è una sua cifra stilistica, ma è doveroso tenere presente come l’autore sappia dotarsi di ombre e di volumi.

Il suo mondo interno non è un mandala in permanente decostruzione come vorrebbe farci credere, ma una complessa architettura tra i dibattiti cromatici e le dissolvenze. Questa architettura genera un nuovo modo di creare volume e profondità, senza avvalersi necessariamente dell’artificio prospettico. Una per tutte l’immagine di una intimità femminile vestita di veli deliziosi, che esprimono un eros di dolcezza muliebre nonostante il focus sia coartato sul pube, che assomiglia in modo radicale ad una mano inanellata e promessa.

Dunque la figura emerge non tanto per la forma quanto per il pathos che si evidenzia nel particolare, esprimendo una scrittura fatta di dettagli che soltanto la mano di un maestro possono insegnare alla narrazione senza tempo dell’occhio eroico.

Se Emeth rimanda a verità, la verità è nelle opere di Dondini un tema, un emeth’s theme, “eme[th]eme”, una problematizzazione. Il problema si genera per la coabitazione della rivelazione puer a sostare nell’incertezza con la competenza senex ad affidarsi al sospetto che non tutto il possibile sia visibile.
Questa verità non declina mai nella fiction neppure quando rivela il grottesco nel volto del politico o il grossolano nel labbro manomesso dal chirurgo; l’artista sembra possedere le tecniche dell’etnologo e quel che di chiaramente fuori moda del fotografo di cronaca nera, avvezzo al cosciente, al calcolo, all’oscurità.
Eppure, quando all’improvviso si alza la veste di una sacerdotessa mediatica, ed emerge una luce radiosa all’orizzonte dietro una casa fatiscente, allora ci si accorge di quanto Massimo Dondini non solo sia un bravissimo fotografo, ma anche un uomo in grado di stare nella vertigine della sua libertà espressiva.

Irene Battaglini

Inner Underground via Giotto 49_Polo Psicodinamiche

Prato, 15 ottobre 2011

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