Psicoterapia e dislessia nell'adulto: un caso clinico.

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Psicoterapia e dislessia nell'adulto: un caso clinico.

Messaggio Da Ospite il Gio Ott 27, 2011 4:05 pm


XXX CONGRESSO NAZIONALE AIRIPA
Associazione Italiana per la Ricerca e l'Intervento nella Psicopatologia dell'Apprendimento
I DISTURBI DELL'APPRENDIMENTO. 21-22 Ottobre 2011
Sede principale: Teatro - Politeama di Prato
Aula Vescovile: Tavola Rotonda 3: Psicoterapia nei casi di DSA con problematiche evolutive gravi
a cura di Christina Bachmann (Centro Risorse, Clinica Formazione e Intervento in Psicologia)

Prato, 22 ottobre 2011

Dott. Ezio Benelli
Direttore Scuola di Psicoterapia Erich Fromm
ezio_benelli@fastwebnet.it

Dislessia nell’adulto e pensiero simbolico.
Il caso di una giovane donna, Rosa B. di 30 anni





Nell’adulto dislessico si può assistere ad una difficoltà di sistemazione e di
organizzazione di elementi di una parola o di un discorso, che può interessare
anche il livello del pensiero più evoluto, l’area del pensiero simbolico e della
funzione metacognitiva. Sappiamo che per avere una diagnosi di dislessia il bambino
NON deve presentare: deficit di intelligenza, problemi ambientali o
psicologici, deficit sensoriali o neurologici. Tale disturbo è determinato da
un'alterazione neurobiologica che caratterizza i DSA (disfunzione nel
funzionamento di alcuni gruppi di cellule deputate al riconoscimento delle
lettere-parole e il loro significato).

Il riconoscimento delle lettere-parole e il loro significato, è un’operazione che nel bambino interessa
in modo particolare l’intelligenza operativa, le attività di tipo scolastico,
le azioni linguistiche di tipo prassico.

Dopo la diagnosi il percorso è differenziato a seconda dell'età del soggetto
dislessico, della specificità del disturbo (correttezza, rapidità, comprensione
del testo), e dal grado di gravità. Alcuni elementi importanti dopo aver
ottenuto la diagnosi sono di ordine psicologico e riguardano la demotivazione,
la bassa autostima, la crisi di identità e i sintomi ansiosi depressivi.

Oltre ad una serie di raccomandazioni di ordine pedagogico, se il bambino è nel primo ciclo
della scuola primaria si consiglia una terapia logopedica o una terapia
neuropsicologica; nelle fasi successive è consigliato un intervento
metacognitivo che chiarisca gli scopi della lettura a seconda del materiale da
studiare al fine di incrementare la consapevolezza dei processi che
intervengono nella lettura; l'ambiente, soprattutto quello familiare, deve
appoggiare il bambino, aiutandolo nelle strategie di compenso e nella
costruzione di un'immagine positiva di sé.

Sembra, a partire da queste riflessioni, che i ragazzi dislessici possano imparare anche
se in maniera un po' diversa dagli altri.

Nella psicologia dell’età evolutiva, sono tre i fattori fondamentali dello sviluppo:
natura, cultura, spiegazioni interattive. Sappiamo da Piaget che la conoscenza
è un processo attivo, in cui l’atto di intelligenza è la forma più alta di
adattamento. Adattamento è l’equilibrio tra assimilazione e accomodamento.

Assimiliazione- è il processo per cui si incorporano in
schemi propri i dati dell’esperienza

Accomodamento gli schemi posseduti vengono modificati per
essere adattati a nuovi dati

Non si può non tenere conto della forza del linguaggio nella determinazione delle
rappresentazioni. In particolare, tra i 7 e 12 anni, nell’area che Vigotskij
definisce dello sviluppo prossimo, le azioni mentali si coordinano tra loro e
diventano operazioni concrete e attraverso queste azioni il bambino organizza
le informazioni; le informazioni sono a loro volta ricollocate nelle azioni
mentali confermandole, e permettendo al bambino di acquisire gradualmente una
propria teoria della mente.





David Carson, un calligramma di poesia visiva

Vygotskij studia due argomenti principali: lo sviluppo delle funzioni psichiche superiori
nel bambino e l’influenza delle variabili culturali sui processi cognitivi.

Come Piaget, Vygotskji propone una teoria
costruttivista in cui lo sviluppo intellettivo avviene grazie al ruolo attivo
del bambino sul mondo. Ma è anche una teoria contestualista in cui lo sviluppo
intellettivo è considerato un processo sociale, che risente della cultura e
dell’interazione sociale. In questa prospettiva, la cultura influenza lo
sviluppo, è trasmessa tramite il linguaggio che è uno strumento del pensiero, e
lo sviluppo è inteso come forma di interiorizzazione dei processi culturali, in
cui la cultura influenza lo sviluppo, è trasmessa tramite il linguaggio che è
uno strumento del pensiero; si realizza tramite l’interazione sociale e il
linguaggio; lo sviluppo ontogenetico consiste
nell’appropriarsi dei significati della cultura, e tutto questo genera
un processo di interiorizzazione di attività che favoriscono lo sviluppo sociale
del bambino.

Che cosa succede se, ad un determinato livello dello sviluppo cognitivo - il processo
continuo in quanto governato da funzioni invarianti di adattamento ed
equilibrio ma anche discontinuo in quanto con il crescere dell’età si
verificano modificazioni strutturali chiamati stadi di sviluppo – che cosa
succede se modificano gli schemi di interpretazione e di codifica delle azioni
e dei pensieri?

Se l’imitazione differita, il gioco simbolico e il linguaggio sono conquiste che
derivano da una serie di passaggi e di conquiste intermedie fondamentali, come
la rappresentazione ossia capacità di immaginare se stesso e i propri movimenti
nello spazio come se li vedesse dall’esterno?

Ho osservato, nella mia pratica clinica, che il problema dell’apprendimento interessa
molto il lavoro simbolico, e questa verifica empirica è stata oggetto di
indagine sia nella terapia individuale sia nella terapia di gruppo. E’
necessaria una premessa di ordine metodologico: nell’approccio seguito presso
il mio centro siamo soliti associare l’intervento individuale, anche non di
tipo psicoterapico, ma di sostegno o di counseling, alla psicoterapia di
gruppo.

La psicoterapia di gruppo è praticata con un co-conduttore ed è di tipo
psicoanalitico, e si sviluppa intorno alla tematica del rapporto tra conscio e
inconscio, permettendo l’emergere di strutture danneggiate ed evidenziando le
aree nelle quali è possibile attivare un intervento specifico. Nel caso
presentato, abbiamo rilevato una difficoltà più generale nel soggetto adulto
colpito da dislessia, una difficoltà più ampia all’elaborazione del pensiero
simbolico, non in sé, ma a livello di gruppo, vale una difficoltà a coordinare l’interpretazione
personale di un simbolo con l’interpretazione collettiva dello stesso.

Secondo la mia esperienza, una difficoltà nella simbolizzazione può essere collegata anche
ad una difficoltà di memoria, di attivazione di immagini mnestiche, che
probabilmente non trovano un percorso associativo libero da interruzioni.

Freud e i suoi predecessori, esplorarono i centri del linguaggio e li distinsero dalle vie di
conduzione del linguaggio stesso, ed all’epoca arrivarono alla conclusione che se
una lesione è situata centralmente nel campo del linguaggio, l’intero apparato
del linguaggio subisce disturbi funzionali che derivano dalla sua natura di
meccanismo associativo. (Wernicke). Lo stesso Wernicke sostenne che i centri
del linguaggio sono anche depositi di immagini mnestiche.

Indipendentemente dal dato organico, esso va inserito nel più vasto insieme delle parti che
costituiscono l’identità di un essere umano. Questa identità è data certamente
da una pluralità di elementi, dati dalla memoria,dall’immagine di sé, dalla
cultura di appartenenza. La frustrazione della perdita della memoria e della difficoltà
a centrare con il gruppo elementi collegati al processo di simbolizzazione, può
dare luogo ad una profonda crisi di identità, non solo per l’inefficienza del
disporre degli automatismi della vita quotidiana, ma per la preclusione alla
condivisione di un nuovo gruppo di significati e l’accesso a nuove categorie
semantiche più complesse.

Pensiamo alla ompetenza nel nominare un oggetto o un animale domestico, o una parte del
corpo. Allo scambiare la forma di un quadrato con quella della croce, o del rombo
con il triangolo. Il soggetto si colloca al di fuori e al di là dei rapporti di
forma, di nominazione, di composizione.

La paziente Rosa B. di 30 anni, inoccupata, si rivolge al nostro
Centro con un disagio di ordine psicosociale, oltre che a livello emotivo -
affettivo. Ha problemi di eccessiva timidezza, ritiro sociale, difficoltà nelle
relazioni interpersonali soprattutto a livello della comunicazione.


Durante il percorso, ha avuto la possibilità di accedere anche ad un setting di psicologia
dell’arte, nel quale sono emerse delle singolarità nell’utilizzo delle
categorie e nell’attribuzione dei significati, e nella concatenazione
associativa. Il nominare tutti i colori prima di individuare quello scelto, il
nominare tutte le forme prima di arrivare a quella necessaria, possono essere
indicatori di come la paziente dovesse aprire tutti i cassetti della memoria
prima di trovare quello che fosse necessario al suo lavoro nel setting.
L’inversione di lettere nella titolazione del quadro è stata sempre accompagnata
da una confusione spazio-temporale nell’apporre anche la data e la firma. Ma è
anche un modo per non escludere niente, per non dimenticare un nome, per non
sentire l’imbarazzo dell’inciampo, per non soffrire di un pensiero che possa
collegarsi a una frustrazione per un atto mancato o peggio ancora per essere
oggetto di derisione.

E’ singolare come la paziente Rosa B., nel corso della psicoterapia, abbia fatto ricorso più
volte all’uso del tatuaggio come dispositivo di simbolizzazione personale, in
grado di veicolare al gruppo, ai familiari e agli amici le sue conquiste nella
comprensione di sé e del mondo. Con uno zoom sull’aspetto calligrafico dei
tatuaggi di Rosa B., vediamo come i segni si siano evoluti diventando sempre
più morbidi e sempre più figurativi, partendo invece da una caratteristica
meramente grafica e frammentaria. Interessanti sono i due teschi che Rosa si
è fatta tatuare, uno sorridente e uno triste, ciò nasconde una difficoltà
all’accesso al pensiero simbolico, la scelta del teschio è “casuale” e dal
commento in terapia dichiara che era un’immagine come un'altra, come se non
fosse in grado di comprendere il significato simbolico di un teschio.

Secondo il filosofo Ernst Cassirer, le esperienze possono essere condivise solamente
attraverso un linguaggio comune.
Il linguaggio può essere preposizionale, rapportabile al segno, appartenente al
mondo fisico con un carattere operativo e quindi responsabile dello sviluppo
della civiltà; ma il linguaggio può essere anche emotivo, espresso dal simbolo,
che ha carattere designativo e rappresentativo e grazie al quale può nascere
una cultura.

Per Cassirer, l'uomo è un animale simbolico.
La differenza tra linguaggio preposizionale e linguaggio emotivo costituisce la
soglia tra mondo umano e animale: entrambi hanno immaginazione pratica, ma
quella simbolica è caratteristica esclusiva dell’uomo. La caratteristica
primaria dell’uomo, ancora prima che nella sua tendenza all’aggregazione
sociale, si esprime nella sua capacità simbolica. Tale caratteristica si
manifesta nel linguaggio emotivo, nella capacità di comunicare tramite
un’articolazione di simboli significanti.

L’apparizione del sistema simbolico
trasforma la situazione esistenziale dell’uomo. Egli vive in una “diversa”
dimensione della realtà. Egli con la sua capacità simbolica supera i limiti
della vita organica, “non vive più in un universo soltanto fisico, ma in un
universo simbolico. […] L’uomo non si trova più direttamente di fronte alla
realtà; per così dire, egli non può più vederla faccia a faccia. La realtà
fisica sembra retrocedere via via che l’attività simbolica dell’uomo avanza”
(Cassirer, 1944).

Cassirer dà un importante contributo alla
nascita dell’interazionismo simbolico. L’affermazione di Cassirer secondo cui
la realtà non è un qualcosa di oggettivo, unico e assoluto e da qui quella
secondo cui la ricerca della scienza non deve essere tesa alla descrizione
della sostanza, ma alla descrizione dei modi e delle forme in cui la sostanza
può esprimersi, permette di considerare Cassirer come uno dei pensatori che
hanno lavorato per la costruzione di un paradigma con cui indagare la realtà
diverso da quello moderno, rappresentato dal Positivismo, e identificabile nel
Postmodernismo, in cui, tra le varie teorie che ad esso fanno riferimento, si
trova l’Interazionismo simbolico.

L’uomo non deve essere considerato animal
rationale, piuttosto animal symbolicum. Cassirer dice che la definizione di
animal rationale mantiene il suo valore, ma aggiunge che “il linguaggio non
esprime soltanto pensieri e idee, ma, in prima linea, sentimenti ed
affetti.”(Cassirer, 1944). La ragione diviene un termine poco adeguato se si
vuole abbracciare in tutta la loro ricchezza e varietà le forme della vita
culturale dell’uomo. L’uomo è un animale simbolico nel senso che la sua azione
si esprime principalmente nelle varie forme della cultura, cioè nei grandi
sistemi simbolici costituiti dai miti, dalle religioni, dalle arti e dalle
scienze. Tutto ciò esalta la funzione e il valore del linguaggio e del simbolo
nella cultura umana, valore che si esprime non solo nella trasmissione e nella
comunicazione, ma anche nella produzione del pensiero.

La capacità di stabilire relazioni tra
elementi può essere compiuta solo dal pensiero simbolico e l’unico a possedere
tale pensiero è l’uomo. Più che un “animale razionale”, come aveva ritenuto
Aristotele, l’uomo è un animal symbolicum. In questo modo Cassirer getta le
basi per uno dei principi base dell’Interazionismo simbolico: la realtà è una
costruzione simbolica dell’uomo. Nel mondo della vita non esiste nulla di
determinato a priori, ogni oggetto empirico e ogni congettura non hanno alcun
senso “incapsulato” al loro interno, è l’uomo a donare loro un significato
attraverso la sua capacità di creare relazioni attraverso la sua capacità di
produrre simboli. La realtà non è una somma di “dati oggettivi”, ma sempre la
risultante di una costruzione e di una mediazione simbolica. La realtà esiste
sempre in relazione al soggetto che con la sua attività simbolica le
attribuisce un senso ordinando il flusso di eventi che la compongono. L’idea
secondo cui tutto lo sviluppo della società umana dipende dall’azione simbolica
è alla base del pensiero di Cassirer, ma anche dell’Interazionismo simbolico.

Il significato può poi essere trasmesso
dall’uomo agli altri uomini attraverso la sua capacità di comunicare. Il
linguaggio è il mezzo principale del simbolismo. Esso seleziona alcuni aspetti
della realtà, attribuendo loro uno specifico significato, proprio di uno
specifico sistema simbolico, rappresentato dalle diverse forme della cultura,
come l’arte, la religione e anche la scienza, considerata come attività
simbolica in quanto costituita da segni significanti. Il linguaggio costruisce
teoricamente il mondo, fa si che la rappresentazione diventi oggetto senza
perdere la sua soggettività e fa in modo che l’uomo acquisisca un nuovo potere
sulle cose, sulla realtà e su se stesso, permettendogli di conquistare il mondo
sociale. Viene così anticipato quello che è un altro principio cardine della
teoria interazionista e cioè che il processo comunicativo espresso dal
linguaggio è il mezzo principale attraverso cui si costruiscono, si mantengono
e si esprimono il sistema d’identità di una persona e la realtà in cui tale
persona agisce.

Il caso di Rosa B. è stato trattato anche con gli interventi nel setting di Psicologia dell’arte.

In particolare, con Rosa abbiamo utilizzato una tecnica mutuata da alcuni lavori di Guillame
Apollinaire.


Dopo la raccolta "Alcools", che è ancora legata agli influssi del Simbolismo francese, e
che offre notevoli risultati per la musicalità con cui il poeta affronta
tematiche malinconiche e oniriche, spesso tristi, Apollinaire si discosta da
questa visione poetica per affrontare le questioni poste dalla rivoluzione
industriale: quelle relative all'automobile, al cinema, etc... Ricorre quindi a
nuovi strumenti tecnici ed espressivi: l'eleminazione della punteggiatura, il
verso libero, lo sperimentalismo grafico del calligramma. In “Calligramma"
(poesie dal 1913 al '16), Apollinaire esprime appieno la sua nuova visione
poetica: libera dalle costrizioni della metrica e scritta in
modo da comporre un disegno, un'immagine.

Un simile genere di poesia risale all'antichità classica. L’origine del calligramma è da ricercarsi
nel tecnopègnio (dal greco téchne, arte, e páignon, gioco) di Simmia di Rodi
(IV sec. a.C) che rappresentò l’immagine di vari oggetti disponendo in un certo
ordine versi di varia lunghezza.

Dosiada (inizio del 111 sec. a.C.) poi “disegnò” un Altare e Teocrito (nato circa nel 310 a.C.) una Siringa,
il flauto del poeta apollineo. A Roma nel IV secolo dopo Cristo Optaziano trattò
anche argomenti religiosi (PORTIER L., 1984). Optaziano è autore di un
calligramma che raffigura un Organo idraulico ed è l’inventore dei cosiddetti
versi
intessuti
.

Riportiamo un esempio di un Calligramma di Apollinaire:

I calligrammi sono composizioni bizzarre, a volte scherzose, in cui i caratteri
della scrittura a mano si alternano ai caratteri a stampa. Le parole vanno a
formare nello spazio grafico del foglio/pagina dei disegni (De Bellis L., 2004)
I Calligrammi rispecchiano nuove esigenze: poesie-conversazioni, ricerca
grafica nella disposizione dei versi, giochi di parole (Nervi G., 2001)
"Per me -scrisse Apollinaire - un calligramma è un insieme di segno,
disegno e pensiero. Esso rappresenta la via più corta per esprimere un concetto
in termini materiali e per costringere l'occhio ad accettare una visione
globale della parola scritta".

Alla luce di quanto abbiamo detto,
possiamo concludere che un intervento psicoterapico unicamente psicoanalitico
per i motivi per cui Rosa si è presentata da noi, è da considerarsi non sempre
indicato.

Giacomo Stella, sostiene che “…
la dislessia non è una malattia e che dalla dislessia non si guarisce”.

I disturbi che Rosa lamentava
nella presa in carico, ricordiamo, erano una eccessiva timidezza e difficoltà nelle relazioni interpersonali,
da riferirsi alla dislessia diagnostica in età scolare.

A Rosa manca “una legge del linguaggio” e quindi la struttura del linguaggio non emerge
appieno nella formazione dell’inconscio, i sogni, i lapsus, i motti di spirito, i sintomi,
come vengono descritti di Freud e Lacan, non possono essere sottoposti a
esplorazione o decodificazione, e di conseguenza non si espongono
all’interpretazione psicoanalitica, neppure per il tramite del terapeuta con
cui si attiva il transfert. La metafora del sogno, la metonimia del desiderio non
vengono concettualizzati attraverso la tripartizione dei registri
reale,
simbolico e immaginario.




Compito dello terapeuta, nel
caso specifico, può essere l’addestramento di Rosa ad una lettura psicodinamica
personalizzata, che tenga conto di nuove valenze dialettiche, che costruisca insieme
alla paziente un’alleanza basata soprattutto sulla costruzione di un tessuto di
segni, di parole, di esperienze condivisibili, tali da far emergere una capacità di simbolizzazione nuova,
in grado di fare da fil rouge nel percorso di individuazione come adulto consapevole.
In questa relazione, la paziente può apprendere le skill per la comunicazione con l’Altro,
secondo i suoi personali
schemi, ma imparando a decifrare da sola le difficoltà di comprensione che
emergono nello scambio di informazioni, in una connessione con se stessa che le
permetta di saper distinguere la differenza tra frustrazione coerente con il
contesto comunicativo e frustrazione derivante da una condizione personale, da
un meccanismo di difesa, da un evento interpersonale slegato dalla
personalizzazione comunicativa. Questo processo ottempera alla necessità di
acquisire consapevolezza ed acuisce la capacità di elicitare una risposta
empatica nelle relazioni interpersonali; fornisce inoltre quella particolare
capacità di filtrare in modalità modulare gli stimoli esterni e di conseguenza
di adeguare le risposte, uscendo dalla modalità on / off che solitamente si instaura.

Il caso riportato vuole essere
l’esplorazione di una tipologia di intervento in equipe multiprofessionale,
composto da sostegno realizzato per il tramite di media creativi, utilizzando
alcuni costrutti di psicologia dell’arte, e la psicoterapia di gruppo. Non si è
trattato quindi di un intervento psicoanalitico di tipo classico. Questa scelta
ha permesso alla paziente di attivare strategie compensative e in grado di
aggirare, con un meccanismo consapevole di evitamento, alcuni empasse
interpretativi nei quali si è venuta a trovare. E di risparmiarsi le inutili
frustrazioni derivanti da una classificazione tout court di tipo meramente
diagnostico. In altre parole, le nostre conclusioni sono che la paziente abbia
imparato un metodo sdrammatizzante e creativo per attivare l’apprendimento del
livello simbolico. [/size]










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